Cumuli di plastica nell’UE dopo il no della Cina e incendi in Italia

Il caso Lombardia nuova “terra dei fuochi” dove si bruciano i rifiuti stoccati e smaltiti illegalmente è quello più eclatante ma riguarda tutti i depositi italiani: il fumo e l’odore di plastica bruciata che avvolge Milano in questi giorni dipende (al netto dei comportamenti criminali) dal blocco imposto l’anno scorso dalla Cina alla spazzatura straniera.

Scaricando sul resto delle nazioni il problema: a giugno scorso, uno studio pubblicato su Science Advances ha stimato che il divieto relativo all’import di rifiuti plastici avrebbe lasciato “senza casa” 122 milioni di tonnellate di plastica in tutto il mondo.

Sulla carta l’Unione Europea possiede il miglior piano di economia circolare che possa esistere al mondo: obiettivi ambiziosi, normative stringenti e una lunga lista di buone pratiche da implementare su riciclo e uso delle risorse (leggi anche Ok al Pacchetto economia circolare: riciclo al 65% entro il 2035). Nella realtà, tuttavia, si trova fra le mani un problema da milioni di tonnellate di rifiuti. Di questi, oggi, solo il 31 per cento viene raccolto e avviato a riciclo, con la non piccola particolarità che a recuperare la plastica non sono tanto gli impianti comunitari quanto quelli cinesi. Cosa succederebbe, dunque, se il gigante asiatico decidesse di non voler più la spazzatura occidentale? Che da un giorno all’atro l’UE si ritroverebbe con cumuli di plastica da gestire.

Questo è esattamente quello che sta accadendo in Europa dopo l’entrata in vigore del veto annunciato lo scorso anno da Pechino (Leggi anche La Cina inquinata chiude le frontiere ai rifiuti esteri). Le spedizioni di rifiuti verso la Repubblica popolare si sono ridotte di oltre la metà in questi mesi e, nonostante altri Paesi, come Malesia, Vietnam e India, abbiano aumentato le importazioni della plastica usata europea, il Blocco si trova oggi a gestire un problema considerevole.

Parte dell’eccedenza è accumulata in depositi temporanei, dai cantieri ai porti, in attesa che si aprano nuovi mercati per il recupero. Ma questa sorta di magazzini improvvisati costituisce una minaccia per la sicurezza a causa della facile infiammabilità dei rifiuti. Il riciclo, quello interno, è frenato da diversi fattori, tra cui la mancanza di impianti e le condizioni stesse della plastica, spesso sporca e non ordinata per tipologia di polimero.

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